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		<title>Intervista esclusiva a Mario Orabona</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 06:51:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Orabona]]></category>
		<category><![CDATA[pittura]]></category>
		<category><![CDATA[scultura]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci sono degli artisti che mettono a disposizione della comunità il proprio estro, che traggono giovamento dal vedere che le loro opere sono esposte in pubblico e apprezzate da tutti, dai critici d’arte ai semplici passanti.
Mario Orabona è così, dipinge quadri (e fa sculture, e altro ancora) per amore. E quando una cosa è fatta]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ci sono degli artisti che mettono a disposizione della comunità il proprio estro, che traggono giovamento dal vedere che le loro opere sono esposte in pubblico e apprezzate da tutti, dai critici d’arte ai semplici passanti.<span id="more-2707"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Mario Orabona è così, dipinge quadri (e fa sculture, e altro ancora) per amore. E quando una cosa è fatta con il cuore, non tardano ad arrivare segni d’apprezzamento. Nel suo caso, sotto forma di titoli e riconoscimenti per moltissime delle sue opere.</p>
<p style="text-align: center;">
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	</p>
<p style="text-align: justify;">Mario Orabona ha infatti avuto il suo primo diploma di onore nel 1967 con l’opera “L’Annunciazione”. Nella scultura, ha lavorato praticamente tutti i materiali, dal ferro al legno, passando per il gesso e il cemento. Gran parte delle sue opere sono visibili sul sito <a rel="nofollow" href="http://www.belleartimarioorabona.com/">www.belleartimarioorabona.com</a>.</p>

<a href='http://www.paolomerenda.it/intervista-esclusiva-a-mario-orabona/mario-orabona/' title='Mario Orabona'><img width="150" height="150" src="http://www.paolomerenda.it/wp-content/uploads/2012/04/Mario-Orabona-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="" title="Mario Orabona" /></a>
<a href='http://www.paolomerenda.it/intervista-esclusiva-a-mario-orabona/mario-orabona-quadro/' title='Mario Orabona quadro'><img width="150" height="150" src="http://www.paolomerenda.it/wp-content/uploads/2012/04/Mario-Orabona-quadro-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="" title="Mario Orabona quadro" /></a>

<p style="text-align: justify;">Molto disponibile, ci ha spiegato come nascono le sue opere e gli inizi della sua carriera.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><strong>D:</strong></span> Innanzitutto, come hai maturato la scelta di darti al mondo dell’arte?</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><strong>R:</strong></span> Già dalle elementari adoravo prendere un pennello e disegnare. È sempre stato qualcosa che si trovava dentro di me e che dovevo far uscire. Mio padre poi aveva un colorificio e, pur di disegnare, creavo i colori da me, impastando quelli in polvere. Non avevo ancora le basi, non conoscevo nemmeno il nome della tonalità che creavo, ma se mi sembrava giusto lo usavo. In quel periodo creavo spesso quadri di carattere religioso. Poi, quando avevo circa 14-15 anni, andai con mio fratello a Napoli per un lavoro di ristrutturazione di una scala. In verità ci andai sperando di conoscere qualcuno che mi avrebbe potuto aiutare nella mia carriera di pittore, e così fu: lo stabile era di Angelo Raffaele Jervolino [quattro volte ministro tra il 1948 e il 1966, e padre di Rosa Russo Jervolino, anche lei ministro e primo sindaco donna della città di Napoli]. Lui, vedendo le mie opere, rimase stupito e dimostrò molto interesse. Mi spinse a fare la scuola di scultura piuttosto che quella di pittura, in quanto diceva che nel campo della pittura non avevo più bisogno di una scuola. Ebbe ragione, dato che adesso faccio anche lo scultore.</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><strong>D:</strong></span> Cosa ti spinge verso un tema piuttosto che un altro? Da cosa trai ispirazione?</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><strong>R:</strong></span> La mia più grossa fonte d’ispirazione è la natura, intesa in senso lato. Ciò che ci circonda è l’unica, e immensa, fonte di ispirazione. Vengo colpito da quello che la mia anima è disposta a recepire in quel momento. Quando ad esempio affronto i temi religiosi, mi immedesimo nella mia opera e riesco a dare al volto di Cristo o della Madonna quelle connotazioni spirituali che non riuscirei a esprimere se non credessi in ciò che faccio.</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #ff0000;">D:</span></strong> Hai vinto molti premi e hai avuto molti riconoscimenti, ricordiamo il titolo di Professore Europeo d’arte e le molte opere premiate. A quale di questi premi sei più legato?</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><strong>R:</strong></span> Non sento differenza tra uno e l’altro, e nemmeno tra scultura e pittura. Metto esattamente la stessa passione in tutto ciò che creo, sono geloso di tutte le mie opere e orgoglioso di tutte. I riconoscimenti mi fanno piacere, ma non cambiano il senso di ciò che faccio.</p>
</blockquote>
]]></content:encoded>
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		<title>Recensione: Il mio precipizio &#8211; Matteo Gubellini</title>
		<link>http://www.paolomerenda.it/recensione-il-mio-precipizio-matteo-gubellini/</link>
		<comments>http://www.paolomerenda.it/recensione-il-mio-precipizio-matteo-gubellini/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 13 May 2012 06:46:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le mie letture]]></category>
		<category><![CDATA[Gru Edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Gubellini]]></category>

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		<description><![CDATA[Trovo che il termine “raccolta di racconti”, per questo lavoro di Matteo Gubellini, sia fuorviante. Riesce a trasmettere emozioni usando la prosa, ma non siamo di fronte a dei racconti: sono dei disegni, delle opere d’arte create pennellata dopo pennellata.
L’autore del libro è, non a caso, anche disegnatore, e ha alle spalle numerose pubblicazioni in]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Trovo che il termine “raccolta di racconti”, per questo lavoro di Matteo Gubellini, sia fuorviante. Riesce a trasmettere emozioni usando la prosa, ma non siamo di fronte a dei racconti: sono dei disegni, delle opere d’arte create pennellata dopo pennellata.<span id="more-2705"></span></p>
<p style="text-align: justify;">L’autore del libro è, non a caso, anche disegnatore, e ha alle spalle numerose pubblicazioni in tal senso. Per queste storie sceglie delle ambientazioni “comuni” unite a dei personaggi spesso strambi. Una dicotomia che no stona fra le pagine. Come in “Il parco”, che introduce uno dei posti che torna, di tanto in tanto, nelle storie. Qui fa la sua comparsa Gigio il custode, e nello stesso parco il lettore imparerà a conoscere anche Alfonso, gestore del gazebo omonimo che dà il titolo a un altro racconto.</p>
<p style="text-align: center;">
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	</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.paolomerenda.it/wp-content/uploads/2012/05/il_mio_precipizio_matteo_gubellini.png"><img class="alignleft size-full wp-image-2726" title="Il mio precipizio - Matteo Gubellini" src="http://www.paolomerenda.it/wp-content/uploads/2012/05/il_mio_precipizio_matteo_gubellini.png" alt="" width="177" height="303" /></a>Ma c’è molto altro, pagine più riflessive, come le domande che l’autore si pone e ci pone in “Avete mai pensato?”, forse la storia che resta più impressa della raccolta. “La nonna” nelle scelte è molto simile, e non a caso è posto subito dopo. Si nota infatti particolare cura nella scelta della posizione dei racconti.</p>
<p style="text-align: justify;">Capitolo a parte merita “Sagra”, nella quale l’occhio del narratore registra e riporta una festa di paese in un modo che ricorda, qui più che altrove, un’opera pittorica piuttosto che l’arte della scrittura.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ultima storia, “Cento anni”, strizza l’occhio a Ron e alla sua canzone premiata a Sanremo. Ma al contempo è molto diversa, creando un disegno unico. Disegno parimenti originale, ma più ludico, è invece quello di “Il lonfo”, nel quale l’animale di fantasia che dà il titolo alla storia assurge a protagonista indiscusso pur restando nell’ombra per gran parte delle pagine.</p>
<p style="text-align: justify;">Come detto, “Il mio precipizio” si fa leggere, o meglio apprezzare, per l’originalità e per l’impressione che lascia nel lettore, quasi quella di aver assistito a una mostra di quadri. Una lettura che arricchisce e in alcuni casi lascia con mille riflessioni, segno che l’opera è viva.</p>
<table border="0" width="350" align="right">
<tbody>
<tr style="text-align: left;">
<td width="120">
<div style="text-align: right;">Titolo originale</div>
</td>
<td><strong>Il mio precipizio</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Autore</div>
</td>
<td style="text-align: left;"><strong>Matteo Gubellini</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Anno pubblicazione</div>
</td>
<td><strong>2011</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Lingua originale</div>
</td>
<td><strong>Italiano</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Genere</div>
</td>
<td><strong>Raccolta di racconti</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Editore</div>
</td>
<td><strong>La Gru</strong></td>
</tr>
</tbody>
</table>
]]></content:encoded>
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		<title>Intervista esclusiva a Carlo Dicillo</title>
		<link>http://www.paolomerenda.it/intervista-esclusiva-a-carlo-dicillo/</link>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 06:38:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Dicillo]]></category>
		<category><![CDATA[I miei porci comodi]]></category>

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		<description><![CDATA[Carlo Dicillo è un artista poliedrico, che ha realizzato moltissime opere nella sua carriera con i materiali più disparati, dalla vetroresina al legno, utilizzando anche zucche e scarpe. In una delle sue mostre,  infatti, erano esposte delle scarpe, lavorate per renderle simili a volatili e altri animali. Ha molte mostre all’attivo, pervase da una sottile]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Carlo Dicillo è un artista poliedrico, che ha realizzato moltissime opere nella sua carriera con i materiali più disparati, dalla vetroresina al legno, utilizzando anche zucche e scarpe. In una delle sue mostre,  infatti, erano esposte delle scarpe, lavorate per renderle simili a volatili e altri animali.<span id="more-2689"></span> Ha molte mostre all’attivo, pervase da una sottile ironia, e l’ultima, che si aprirà quest’oggi, non fa eccezione. Si chiama “I miei porci comodi”, e ogni quadro rende visivamente le espressioni lessicali che fanno riferimento ai maiali. Porco boia, porca puttana, porco diavolo e porco cane sono solo alcune delle opere che ha realizzato, e come potete vedere dal video in fondo alla pagina ha anche realizzato per i lettori del sito uno schizzo di porca puttana, di impatto meno immediato rispetto al quadro esposto alla galleria Capece di Maglie. Non mancano riferimenti, più o meno velati, al mondo politico italiano, a Berlusconi e ai politici in generale.</p>
<p style="text-align: center;">
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	</p>
<p style="text-align: justify;">Nella sua carriera però ha avuto anche altre soddisfazioni, come lavorare per le scenografie dei concerti di Caparezza, o per la tv nazionale, a Rete 4 e Rai 3. A Rai 3 si è occupato delle scenografie di “Alle falde del Kilimangiaro” con Licia Colò.</p>

<a href='http://www.paolomerenda.it/intervista-esclusiva-a-carlo-dicillo/carlo-dicillo/' title='Carlo Dicillo'><img width="150" height="150" src="http://www.paolomerenda.it/wp-content/uploads/2012/05/Carlo-Dicillo-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="" title="Carlo Dicillo" /></a>
<a href='http://www.paolomerenda.it/intervista-esclusiva-a-carlo-dicillo/i-miei-porci-comodi-locandina_800x533/' title='I miei porci comodi locandina_800x533'><img width="150" height="150" src="http://www.paolomerenda.it/wp-content/uploads/2012/05/I-miei-porci-comodi-locandina_800x533-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="" title="I miei porci comodi locandina_800x533" /></a>
<a href='http://www.paolomerenda.it/intervista-esclusiva-a-carlo-dicillo/carlo-dicillo-disegno/' title='Carlo Dicillo Disegno'><img width="150" height="150" src="http://www.paolomerenda.it/wp-content/uploads/2012/05/Carlo-Dicillo-Disegno-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="" title="Carlo Dicillo Disegno" /></a>
<a href='http://www.paolomerenda.it/intervista-esclusiva-a-carlo-dicillo/carlo-dicillo-body-art-18-4-2012/' title='Carlo Dicillo Body Art 18 4 2012'><img width="150" height="150" src="http://www.paolomerenda.it/wp-content/uploads/2012/05/Carlo-Dicillo-Body-Art-18-4-2012-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="" title="Carlo Dicillo Body Art 18 4 2012" /></a>

<p style="text-align: justify;">In quest’intervista parla della mostra che ha appena avuto inizio e di tutte le altre esperienze.</p>
<p style="text-align: justify;">
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><strong>D:</strong></span> Perché la mostra “I miei porci comodi”, e perché farla nel Salento adesso?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #ff0000;">R:</span></strong> È un itinerario che partirà da Maglie e toccherà vari posti. Sono originario di Bari ma leccese d’adozione, mi piace iniziare da questa città che mi ispira. Sul motivo che mi ha spinto a realizzare il maiale, è perché rappresenta tutto. In molti modi di dire viene nominato, come in porca miseria, porca vacca e altri. L’idea mi è venuta un giorno, pensavo a tutte queste terminologie che oggi giorno si usano. La vedo come una provocazione, nei confronti della società di oggi, ma anche nei confronti della politica e tutto quello che ci circonda. Un po’ ironizza la società di oggi, legata al consumismo, alla massa, quel che fanno gli artisti della pop art e gli artisti della transavanguardia.</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><strong>D:</strong></span> Hai lavorato anche il legno, o anche, nelle “Memorie di un tempo” hai realizzato un mondo con le istallazioni più disparate. Come mai queste scelte così varie?</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><strong>R:</strong></span> Mi serve saper usare tutto: sono un artista poliedrico, lavoro tutto dalla vetroresina alla polvere di marmo alla sabbia, o anche catrame, ferro e gomma siliconica. Questi materiali mi tornano molto utili per le scenografie o per gli effetti speciali per il cinema.</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><strong>D:</strong></span> Nella tua carriera hai lavorato con Caparezza, Licia Colò e molti altri. A quale di queste esperienze ti senti più legato?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #ff0000;">R:</span></strong> Mi piace molto ricordare alcune esperienze televisive nelle quali affrontavo il mondo del fumetto, ma quella che ricordo con più affetto è l’esperienza con “Alle falde del Kilimangiaro”: ho fatto delle istallazioni, qualche scenografia, ma la cosa che più l’ha resa indimenticabile e che ha colpito la stessa Licia Colò è stata la performance intitolata “Teste di zucca”. C’erano delle zucche cresciute, seccate e lavorate in modo che nella parte finale vi era la testa di un animale. Credo ancora adesso che sia una delle mie performance migliori.</p>
</blockquote>
<p><object width="425" height="355" type="application/x-shockwave-flash" data="http://www.youtube.com/v/9fzl1uTR__g"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/9fzl1uTR__g" />Adobe Flash Player is required to view the video.</object></p>
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		<title>Presentazioni letterarie e body art. Di nuovo</title>
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		<pubDate>Sat, 05 May 2012 06:53:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Parole al vento]]></category>
		<category><![CDATA[body art]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Dicillo]]></category>

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		<description><![CDATA[Per quanti di voi mi seguono su questo sito, sanno che non sono nuovo a “subire” una body art, far usare cioè a un artista la mia pelle come una tela. Il 18 aprile scorso si è tenuta una presentazione letteraria di Cafè des artistes, libro di Angela Leucci di cui sono coautore, avendo firmato]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Per quanti di voi mi seguono su questo sito, sanno che non sono nuovo a “subire” una <a title="Body Art su Paolo Merenda" href="/presentazioni-letterarie-e-body-art/" target="_blank">body art</a>, far usare cioè a un artista la mia pelle come una tela. Il 18 aprile scorso si è tenuta una presentazione letteraria di <a title="Cafè des artistes del 18 aprile 2012" href="/pubblicazioni/cafe-des-artistes/" target="_blank">Cafè des artistes</a>, libro di Angela Leucci di cui sono coautore, avendo firmato con lei due racconti presenti nella raccolta.<span id="more-2701"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.paolomerenda.it/wp-content/uploads/2012/05/Carlo-Dicillo-Body-Art-18-4-2012.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2691" title="Carlo Dicillo Body Art 18 4 2012" src="http://www.paolomerenda.it/wp-content/uploads/2012/05/Carlo-Dicillo-Body-Art-18-4-2012-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>Così a Martignano, nella sede della Eterarte, ho deciso di rendere la serata ancora più diversa, ricorrendo alle “cure” di Carlo Dicillo. Il quale si è superato di nuovo, questa volta non improvvisando del tutto, ma portando qualche attrezzo del mestiere per rendere la mia schiena un’opera ancor più preziosa, come potrete vedere dal video in fondo a questa pagina.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fine, ancora una volta, è benefico, in quanto lo scatto realizzato a fine serata dalla fotografa Francesca Ascalone è stato venduto all’asta e tutto il ricavato, come la volta scorsa, è andato a favore di Zampalibera, associazione che cura i cani randagi e si batte per i loro diritti.</p>
<p style="text-align: justify;">La presentazione è andata abbastanza bene, il pubblico era folto, anche se molti, più che ascoltare gli interessanti concetti dell’autrice, seguivano la body art di Carlo Dicillo e, di conseguenza, me. Sono anche intervenuto per parlare dei miei interventi nei racconti scritti a quattro mani, sottolineando come, per scrivere in due, bisogna avere molta calma per trovare uno stile e una storia congeniale a entrambi gli autori.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo un certo punto, ho notato con piacere che il pubblico era sul serio interessato al libro, e all’arte in generale. Posso dire che, nonostante la temperatura (la serata era troppo fresca per stare a torso nudo e l’applicazione dei colori, freddi, non aiutavano) ne è valsa la pena: non si fa mai troppo per l’arte.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora vi lascio al video, vi consiglio di guardarlo tutto: rimarrete stupefatti dalla maestria di Carlo Dicillo.</p>
<p style="text-align: center;">
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<p style="text-align: center;"><object width="425" height="355" type="application/x-shockwave-flash" data="http://www.youtube.com/v/YwdjDisXbfA"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/YwdjDisXbfA" />Adobe Flash Player is required to view the video.</object></p>
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		<title>Recensione: Il Signore delle Mosche &#8211; William Golding</title>
		<link>http://www.paolomerenda.it/recensione-il-signore-delle-mosche-william-golding/</link>
		<comments>http://www.paolomerenda.it/recensione-il-signore-delle-mosche-william-golding/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 30 Apr 2012 09:31:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le mie letture]]></category>
		<category><![CDATA[Il signore delle mosche]]></category>
		<category><![CDATA[William Golding]]></category>

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		<description><![CDATA[Cosa succederebbe se un gruppo di ragazzini rimanesse bloccato su un’isola e fosse costretto a sopravvivere seguendo le regole del mondo civile? Da questa domanda prende il via il romanzo di William Golding, premio Nobel che nel 1954 diede alle stampe quello che poi si è rivelato essere un classico della letteratura.
Ralph, Piggy, Jack, Simone,]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Cosa succederebbe se un gruppo di ragazzini rimanesse bloccato su un’isola e fosse costretto a sopravvivere seguendo le regole del mondo civile? Da questa domanda prende il via il romanzo di William Golding, premio Nobel che nel 1954 diede alle stampe quello che poi si è rivelato essere un classico della letteratura.<span id="more-2656"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.paolomerenda.it/wp-content/uploads/2012/03/il-signore-delle-mosche-william-golding.png"><img class="alignleft size-full wp-image-2626" title="Il signore delle mosche - William Golding" src="http://www.paolomerenda.it/wp-content/uploads/2012/03/il-signore-delle-mosche-william-golding.png" alt="" width="177" height="303" /></a>Ralph, Piggy, Jack, Simone, Ruggero e tutti gli altri fanno parte di una scolaresca sopravvissuta a un incidente aereo: non si salva nessuno che abbia più di 12 anni e, come facilmente prevedibile, riorganizzarsi è un’impresa titanica. Sulle prime sembra che tutto vada per il meglio: i bambini eleggono un capo, Ralph, mentre viene trovata una conchiglia nella quale basta soffiare per produrre un suono avvertibile da ogni parte dell’isola.</p>
<p style="text-align: justify;">A tutti viene dato un compito, tra cui quello più importante sembra essere mantenere il fuoco acceso, un fuoco grazie al quale, nelle loro intenzioni, i soccorsi potranno notare la loro presenza e salvarli.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma la discesa agli inferi inizia poco dopo, l’autore riesce a dar vita a un’opera in cui la società viene descritta in maniera pessimista, ma forse veritiera. E qui si inserisce il vero interrogativo che pone il libro: cosa succede a una società non più regolata da norme ferree?</p>
<p style="text-align: justify;">I bambini continuano a vivere costruendo rifugi, uccidendo maiali e cibandosene, ma l’invidia di Jack lo porta a costruire un gruppo apertamente contro l’operato di Ralph, a sua volta appoggiato da Piggy (Maialino, questo il suo eloquente soprannome) e da altri, sempre più in minoranza.</p>
<p style="text-align: justify;">La spirale porta velocemente a distruzione e morte, con l’eccellente intermezzo in cui Simone, un ragazzino vittima di crisi epilettiche, in una crisi allucinatoria parla con il Signore delle Mosche, una testa di maiale infilzata su un palo che attira continuamente i piccoli insetti.</p>
<p style="text-align: justify;">Non manca poi il timore del mostro, tipica dei bambini: dei rumori nella foresta gli fanno credere che nelle ombre si annidi un mostro, in realtà un paracadutista morto, rimasto appeso a un albero, ma che diventa il pretesto per darsi alle azioni più bieche.</p>
<p style="text-align: center;">
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	</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle pagine finali tutte le restanti norme civili crollano, viene ucciso Piggy (nomen omen) e viene data fuoco all’isola. L’intervento dei più grandi, un ufficiale della marina lì per salvarli, riporta d’un tratto i bambini alla realtà, con pianti liberatori. Anche Ralph piange “per la fine dell’innocenza, la durezza del cuore umano, e la caduta nel vuoto del vero amico, l’amico saggio chiamato Piggy”.</p>
<p style="text-align: justify;">Da quest’opera sono stati tratti ben due film, entrambi con il titolo del romanzo: il primo, per la regia di Peter Brook e ancora in bianco e nero, è del 1963, mentre il secondo, di Harry Hook, è del 1990.</p>
<table border="0" width="350" align="right">
<tbody>
<tr style="text-align: left;">
<td width="120">
<div style="text-align: right;">Titolo originale</div>
</td>
<td><strong>Lord of the Flies</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Autore</div>
</td>
<td style="text-align: left;"><strong>William Golding</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Anno pubblicazione</div>
</td>
<td><strong>1954</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Lingua originale</div>
</td>
<td><strong>Inglese</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Genere</div>
</td>
<td><strong>Avventura</strong></td>
</tr>
</tbody>
</table>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Recensione: Cuore di tenebra &#8211; Joseph Conrad</title>
		<link>http://www.paolomerenda.it/recensione-cuore-di-tenebra-joseph-conrad/</link>
		<comments>http://www.paolomerenda.it/recensione-cuore-di-tenebra-joseph-conrad/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 25 Apr 2012 08:24:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le mie letture]]></category>
		<category><![CDATA[Apocalypse Now]]></category>
		<category><![CDATA[Cuore di tenebra]]></category>
		<category><![CDATA[Joseph Conrad]]></category>

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		<description><![CDATA[Il capolavoro di Joseph Conrad, e uno dei grandi classici della letteratura, prende forma nella mente del suo autore durante un viaggio lungo il fiume Congo, nel quale molte avventure, seppur distorte, sono state riprese per alcune celebri scene del romanzo.
Ne è uscita fuori un’opera che, oggi come allora, è una critica al colonialismo nei]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il capolavoro di Joseph Conrad, e uno dei grandi classici della letteratura, prende forma nella mente del suo autore durante un viaggio lungo il fiume Congo, nel quale molte avventure, seppur distorte, sono state riprese per alcune celebri scene del romanzo.<span id="more-2651"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.paolomerenda.it/wp-content/uploads/2012/03/cuore-di-tenebra-joseph-conrad.png"><img class="alignleft size-full wp-image-2624" title="Cuore di tenebra - Joseph Conrad" src="http://www.paolomerenda.it/wp-content/uploads/2012/03/cuore-di-tenebra-joseph-conrad.png" alt="" width="177" height="303" /></a>Ne è uscita fuori un’opera che, oggi come allora, è una critica al colonialismo nei confronti del continente africano. Tanti piccoli particolari possono essere emblematici, ma basta citare il modo in cui vengono pagati gli indigeni durante il viaggio in fiume: con dei sottili fili d’ottone, come se avessero la proverbiale sveglia al collo.</p>
<p style="text-align: justify;">Le prime pagine sono molto poetiche, con un vecchio marinaio, Marlow, che al tramonto e su un battello attraccato al molo comincia a parlare. Racconta di un viaggio in Africa fatto molti anni prima, con il flashback che si trasforma senza che il lettore se ne accorga nella storia vera e propria. Troviamo Marlow che, con il suo equipaggio, cerca di fare affari, principalmente grazie all’avorio, materiale molto ricercato in Europa. Ma una volta in Africa deve fare i conti con la leggendaria figura di Kurtz, che nessuno vede da anni e che sembra l’unico a poter procurare l’avorio.</p>
<p style="text-align: justify;">Da qui la voglia di Marlow, non più solo per affari, di incontrarlo. La risalita del fiume è in realtà un viaggio che porta a galla i luoghi comuni sull’Africa, o meglio su quelli che vede il mondo occidentale, pronto a sfruttare fino all’eccesso le sue innumerevoli risorse.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle zone più inaccessibili del Congo trovano Kurtz, trattato come una divinità dagli indigeni. Qui la parte più significativa: l’uomo, venerato, è il colonizzatore per eccellenza, pronto a passare sul corpo degli indigeni per il proprio tornaconto. Ma è anche malato e Marlow prova pietà per lui. Lo trasporta, contro la volontà della popolazione, per cercare di salvarlo, ma inutilmente, in quanto Kurtz muore poco dopo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il ritorno a Londra per consegnare i suoi pochi effetti personali alla donna che lo amava sono la chiusura del cerchio perfetta: anche lei venera Kurtz e anche lei come gli indigeni, seppur per motivi diversi, lo fa ignorando la pazzia che lo aveva avvelenato.</p>
<p style="text-align: justify;">A dare ancora più visibilità a questo romanzo, un film che non ha bisogno di presentazioni, Apocalypse Now di Francis Ford Coppola: nel 1979 per la realizzazione chiamò attori del calibro di Martin Sheen, Robert Duvall, un giovane Harrison Ford ma soprattutto Marlon Brando. Per le parti più importanti furono in lizza anche Jack Nicholson, Steve McQueen, Al Pacino, James Caan e Harvey Keitel. La pellicola fu liberamente tratta dal libro, in quanto ambientata durante la guerra del Vietnam, come un altro capolavoro del genere, Il cacciatore con Robert De Niro.</p>
<table border="0" width="350" align="right">
<tbody>
<tr style="text-align: left;">
<td width="120">
<div style="text-align: right;">Titolo originale</div>
</td>
<td><strong>Heart of Darkness</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Autore</div>
</td>
<td style="text-align: left;"><strong>Joseph Conrad</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Anno pubblicazione</div>
</td>
<td><strong>1899</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Lingua originale</div>
</td>
<td><strong>Inglese</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Genere</div>
</td>
<td><strong>Avventura</strong></td>
</tr>
</tbody>
</table>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>L’estetica, la filosofia e la verità dei libri &#8211; Parte terza: la verità dei libri</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Apr 2012 09:18:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Corona</dc:creator>
				<category><![CDATA[Parole al vento]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Corona]]></category>
		<category><![CDATA[ermeneutica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.paolomerenda.it/?p=2645</guid>
		<description><![CDATA[Gadamer, Vattimo e la “verità” della letteratura.
Le obiezioni di Gadamer al neokantismo e al positivismo sono state ampiamente esplicate nei saggi di Gianni Vattimo Poesia e ontologia (1968) e La fine della modernità (1985), nei quali il filosofo italiano precisa che l’estetica postkantiana (incluso l’estetismo filosofico del primo Novecento) ha isolato l’arte dal dominio della]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align: justify;">Gadamer, Vattimo e la “verità” della letteratura.</h2>
<p style="text-align: justify;">Le obiezioni di Gadamer al neokantismo e al positivismo sono state ampiamente esplicate nei saggi di Gianni Vattimo Poesia e ontologia (1968) e La fine della modernità (1985), nei quali il filosofo italiano precisa che l’estetica postkantiana (incluso l’estetismo filosofico del primo Novecento) ha isolato l’arte dal dominio della verità.<span id="more-2645"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.paolomerenda.it/wp-content/uploads/2012/03/L’estetica-la-filosofia-e-la-verità-dei-libri-3.jpg"><img class="size-medium wp-image-2631 aligncenter" title="L’estetica, la filosofia e la verità dei libri" src="http://www.paolomerenda.it/wp-content/uploads/2012/03/L’estetica-la-filosofia-e-la-verità-dei-libri-3-300x171.jpg" alt="" width="300" height="171" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.paolomerenda.it/wp-content/uploads/2012/03/L’estetica-la-filosofia-e-la-verità-dei-libri-3.jpg"></a>Considerando, però, l’assunto hegeliano per cui «si fa esperienza di verità quando si fa una vera esperienza» e l’assunto gadameriano per cui «è una vera esperienza quella che modifica colui che la fa», Vattimo osserva che, se abbiamo presenti queste espressioni:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">capiamo perché la lettura di un’opera d’arte, l’incontro con un’opera d’arte, può essere esperienza di verità. Basti pensare all’esperienza che facciamo quando leggiamo un romanzo: ci cambia la vita. Forse non così radicalmente, ma certo cambia, modifica, la nostra visione del mondo. Ora, effettivamente, questa concezione è di origine hegeliana: la verità è l’incontro con un’alterità che noi assimiliamo, e che quindi non lasciamo stare nella sua estraneità, ma, assimilandola, diventiamo noi stessi altri da quello che eravamo.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: center;">
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	</p>
<p style="text-align: justify;">Non è affatto inusuale, del resto, imbattersi, anche nella vita quotidiana, in espressioni del tipo “quel libro mi ha cambiato la vita”, “da quando ho letto questo romanzo non sono stato più lo stesso”, e così via. A questo punto è interessante ravvisare che sia Hegel nella Fenomenologia dello Spirito e sia Gadamer in Verità e metodo chiamano l’esperienza Erfahrung. In tedesco “esperienza” si dice anche Erlebnis, ma il sostantivo Erfahrung è connesso al verbo erfahren, che vuol dire “esperire, fare un’esperienza, venire a sapere, venire a conoscenza” e che è un derivato di un altro verbo, il verbo farhren. Ascoltiamo ancora le parole di Vattimo:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">In Gadamer è molto importante questa idea dell’esperienza come Erfahrung. La parola tedesca Erfahrung ha da fare anche col viaggiare, col fahren, e implica un mutamento: possiamo fare l’esempio di un individuo che ha viaggiato molto, e che, quando fa ritorno a casa, non può essere esattamente lo stesso, perché ha imparato altre cose, sa altre cose, e queste cose sono diventate parte della sua conformazione mentale. Se compiamo una vera esperienza, e cioè qualche cosa che ci costringe, ci spinge a cambiare, facciamo un’esperienza di verità.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">In questo senso, l’incontro con l’opera d’arte, che è l’incontro con una visione del mondo “altra”, che ci scuote, o anche semplicemente che ci arricchisce, rappresenta il senso dell’esperienza del vero che si fa nell’estetica, nella filosofia, nel rapporto con la storia e, non ultimo, con la letteratura. Si tratta di quelle “esperienze-chiave” o “esperienze-fondamentali” che trascendono la mera esperienza empirica in favore di un contenuto spirituale.</p>
<p style="text-align: justify;">E, in chiusura, possiamo ripeterlo anche noi con Cortázar e Mallarmé: Il libro, strumento spirituale.</p>
<p style="text-align: right;">Andrea Corona</p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>L’estetica, la filosofia e la verità dei libri &#8211; Parte seconda: la filosofia</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 14:11:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Corona</dc:creator>
				<category><![CDATA[Parole al vento]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Corona]]></category>
		<category><![CDATA[ermeneutica]]></category>

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		<description><![CDATA[La filosofia. Alcuni cenni sull’estetica postkantiana.
Se Baumgarten individuava l’estetica come la “scienza del sentire in generale” senza applicarla specificatamente ai sentimenti suscitati dall’opera d’arte, il discorso è diverso per le teorie del bello estetico successive.
In questa nuova accezione, affermatasi soprattutto in età romantica e idealistica &#8211; pensiamo ad esempio alla sezione sull’arte della Fenomenologia dello]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align: justify;">La filosofia. Alcuni cenni sull’estetica postkantiana.</h2>
<p style="text-align: justify;">Se Baumgarten individuava l’estetica come la “scienza del sentire in generale” senza applicarla specificatamente ai sentimenti suscitati dall’opera d’arte, il discorso è diverso per le teorie del bello estetico successive.<span id="more-2640"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.paolomerenda.it/wp-content/uploads/2012/03/L’estetica-la-filosofia-e-la-verità-dei-libri-2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2633" title="L’estetica, la filosofia e la verità dei libri" src="http://www.paolomerenda.it/wp-content/uploads/2012/03/L’estetica-la-filosofia-e-la-verità-dei-libri-2-300x226.jpg" alt="" width="300" height="226" /></a>In questa nuova accezione, affermatasi soprattutto in età romantica e idealistica &#8211; pensiamo ad esempio alla sezione sull’arte della Fenomenologia dello Spirito (1807) di Hegel &#8211; l’estetica si configura essenzialmente come mediazione e conciliazione di spirito e materia, universale e particolare, infinito e finito, pensiero e sensibilità. Pur legandosi per metà alla sfera materiale e sensibile, tuttavia, riguardo al bello artistico è stato sempre rilevato un difetto di scientificità e di “verità”.</p>
<p style="text-align: justify;">È tesi ampiamente diffusa &#8211; e lo è almeno a partire dall’estetica kantiana di fine Settecento, se vogliamo definire dei parametri che, proseguendo con Hegel nell’Ottocento, sono giunti anche in Italia, con Croce, nel Novecento &#8211; che, nella dialettica dei distinti, i predicati che si possono attribuire all’arte sono “bello/brutto” ma non “vero/falso”. Ciò significa, in sostanza, che l’esperienza estetica, in quanto soggettiva, viene esclusa dalla sfera della verità. Almeno fino a Gadamer.</p>
<p style="text-align: center;">
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	</p>
<h2>“Verità e metodo” e l’ermeneutica filosofica.</h2>
<p style="text-align: justify;">Il filosofo tedesco Hans-Georg Gadamer rivendica, nel suo capolavoro Verità e metodo (1960), lo stretto legame che intercorre, invece, proprio tra esperienza estetica ed esperienza di verità. Opera incredibilmente scorrevole nonostante le quasi 600 pagine che la compongono, Wahrheit und Methode, testo caposaldo dell’ermeneutica filosofica, tratta di quella particolare esperienza di verità che si situa al di fuori dei campi metodologicamente organizzati (da qui il titolo ironico-polemico dell’opera): affrontando ciò che non è metodico per eccellenza, Gadamer si occupa dunque dell’arte, e lo fa recuperando l’ambito di verità di quell’esperienza che più di ogni altra sembra lontana dal vero e dal falso e che è, appunto, l’esperienza estetica.</p>
<p style="text-align: justify;">Gadamer, cioè, contrappone allo scientismo e all’epistemologismo (che dominano la filosofia del primo Novecento e che identificano la verità con il sapere delle scienze positive) l’autenticità di quelle “esperienze-chiave” o “esperienze-fondamentali” dell’esistenza umana come l’esperienza storiografica, l’esperienza filosofica e le esperienze artistiche e letterarie. La denominazione di “ermeneutica”, non a caso, deriva dal greco ermeneutiké [ἑρμηνευτική] e vuol dire letteralmente “interpretazione”. Come scienza, poi, l’ermeneutica è applicata soprattutto all’interpretazione dei testi scritti. Ed è in particolare su questo, sul rapporto coi libri e sulla loro “verità”, che ci soffermeremo nella terza e ultima parte di questo articolo.</p>
<p style="text-align: right;">Andrea Corona</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>L’estetica, la filosofia e la verità dei libri &#8211; Parte prima: l’estetica</title>
		<link>http://www.paolomerenda.it/l%e2%80%99estetica-la-filosofia-e-la-verita-dei-libri-parte-prima-l%e2%80%99estetica/</link>
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		<pubDate>Fri, 13 Apr 2012 16:01:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Corona</dc:creator>
				<category><![CDATA[Parole al vento]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Corona]]></category>
		<category><![CDATA[ermeneutica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.paolomerenda.it/?p=2634</guid>
		<description><![CDATA[
Il libro, strumento spirituale
Stéphane Mallarmé
(citato da Julio Cortázar in Teoria del tunnel)

Introduzione.
Il presente articolo, in tre parti, si propone di tratteggiare alcune questioni preliminari relative all’estetica e all’ermeneutica. Non essendo questo un luogo (un sito, appunto) di filosofia, ma di arte e di letteratura, talune problematiche saranno affrontate in maniera solo tangenziale, ma illustrate comunque]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p style="text-align: right;">Il libro, strumento spirituale<br />
Stéphane Mallarmé<br />
(citato da Julio Cortázar in Teoria del tunnel)</p>
</blockquote>
<h2><span id="more-2634"></span>Introduzione.</h2>
<p style="text-align: justify;">Il presente articolo, in tre parti, si propone di tratteggiare alcune questioni preliminari relative all’estetica e all’ermeneutica. Non essendo questo un luogo (un sito, appunto) di filosofia, ma di arte e di letteratura, talune problematiche saranno affrontate in maniera solo tangenziale, ma illustrate comunque in modo accessibile a tutti i lettori di Arteggiando.</p>
<h2 style="text-align: justify;">La parola “estetica”: la sua nascita e alcune sue derivazioni.</h2>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.paolomerenda.it/wp-content/uploads/2012/03/L’estetica-la-filosofia-e-la-verità-dei-libri-1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2632" title="L’estetica, la filosofia e la verità dei libri" src="http://www.paolomerenda.it/wp-content/uploads/2012/03/L’estetica-la-filosofia-e-la-verità-dei-libri-1-213x300.jpg" alt="" width="213" height="300" /></a>Consistendo nella scienza del bello e delle arti, l’estetica ha origini molto antiche, ma una prima trattazione sistematica si fa risalire solo all’opera Aesthetika del filosofo tedesco Baumgarten, che pubblicò, tra il 1750 e il 1758, una teoria del bello. In quest’opera l’idea del bello è considerata come una percezione confusa, un sentimento. Tale “con-fusione” consiste in una fusione di più elementi che partono dai sensi e coinvolgono lo spirito. La “sensibilità” di cui si parla, cioè, opera a un doppio livello: da un lato, abbiamo la sensibilità intesa come esperienza sensibile (ovvero inerente ai sensi della percezione); e dall’altro abbiamo la sensibilità come sentimento. E “sentire”, si badi, si dice in greco aisthànomai [αἰσθάνομαι]; mentre “sensibilità” o “sensazione” si dice invece àisthesis [αἴσθησις].</p>
<p style="text-align: justify;">Pensiamo, ora, ad alcune derivazioni del termine usate in campo medico e letterario, come “anestesia”, da anaisthesìa [ἀναισθησία], che è propriamente quel che rimanda all’insensibilità e a ciò che rende insensibili, all’anestetico, che affievolisce i sensi e inibisce la percezione. Sempre in medicina abbiamo poi la parola “sinestesia”, che letteralmente è un “con-sentire”, un “sentire o percepire insieme” e che deriva da synaisthànomai [συναισθάνομαι, verbo composto da σύν, che vuol dire “con, insieme” + αἰσθάνομαι]. In medicina, dunque, la sinestesia è “l’attivazione simultanea di due o più sensi quando solo uno di essi venga stimolato” (e che può essere dovuta a una patologia, come pure all’uso di droghe quali la mescalina). In neurologia e in psicologia, inoltre, la sinestesia è quel fenomeno sensoriale-percettivo per cui una sensazione relativa a un certo senso viene attribuita a un senso diverso.</p>
<p style="text-align: center;">
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	</p>
<p style="text-align: justify;">L’accostamento di diverse percezioni sensoriali in contrasto, infine, può essere espresso anche in poesia, col ricorso alla figura retorica detta anch’essa sinestesia. Si veda, in proposito, il celebre passo dantesco (Inferno, I, 58-60):</p>
<blockquote>
<p style="text-align: right;">tal mi fece la bestia senza pace,<br />
che, venendomi incontro, a poco a poco<br />
mi ripigneva là dove &#8216;l sol tace.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Assodato, dunque, che l’estetica &#8211; a qualsiasi livello noi intendiamo questa parola &#8211; non riguarda la mera esteriorità e men che meno il solo senso percettivo della vista (l’estetica, cioè, non concerne soltanto le arti figurative ma anche, ad esempio, le discipline musicali; così come, analogamente, una persona esteticamente bella non è solo chi risulta piacevole alla vista, ma anche chi ha una bella voce o un buon odore), abbiamo preparato il terreno per procedere con le teorie estetiche successive a quella di Baumgarten, di cui si daranno alcuni cenni nella seconda parte di questo articolo.</p>
<p style="text-align: right;">Andrea Corona</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Recensione: Il ritratto di Dorian Gray &#8211; Oscar Wilde</title>
		<link>http://www.paolomerenda.it/recensione-il-ritratto-di-dorian-gray-oscar-wilde/</link>
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		<pubDate>Sun, 08 Apr 2012 08:30:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le mie letture]]></category>
		<category><![CDATA[Il ritratto di Dorian Gray]]></category>
		<category><![CDATA[Oscar Wilde]]></category>

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		<description><![CDATA[Il ritratto di Dorian Gray è ormai riconosciuto come capolavoro dell’estetismo e del decadentismo. Come tutti i simboli di un movimento artistico, non risente del tempo che passa, il che è particolarmente significativo in questo caso, data la tipologia dei dialoghi, specialmente tra Lord Henry Wotton e Dorian Gray.
La storia, infatti, a mio parere non]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il ritratto di Dorian Gray è ormai riconosciuto come capolavoro dell’estetismo e del decadentismo. Come tutti i simboli di un movimento artistico, non risente del tempo che passa, il che è particolarmente significativo in questo caso, data la tipologia dei dialoghi, specialmente tra Lord Henry Wotton e Dorian Gray.<span id="more-2555"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.paolomerenda.it/wp-content/uploads/2012/03/il-ritratto-di-dorian-gray-oscar-wilde.png"><img class="alignleft size-full wp-image-2602" title="Il ritratto di Dorian Gray - Oscar Wilde" src="http://www.paolomerenda.it/wp-content/uploads/2012/03/il-ritratto-di-dorian-gray-oscar-wilde.png" alt="" width="177" height="303" /></a>La storia, infatti, a mio parere non è semplicemente quella di Dorian Gray, ma gravita intorno a Lord Wotton, amico del ragazzo, con cui ha degli scambi nei quali l’autore irlandese riesce a inserire i suoi ormai celeberrimi aforismi.</p>
<p style="text-align: justify;">La storia è anzi abbastanza lineare, dopo una prefazione tutta da gustare nella quale Wilde comunica con ottimi aforismi il suo punto di vista sull’arte: il giovane dandy si fa immortalare in un dipinto dall’amico pittore Basil Hallward ma, quando vede il risultato, esprime il desiderio che a invecchiare al suo posto sia il quadro. Ha una storia d’amore con l’attrice Sybil Vane, personaggio centrale anche dopo il suicidio dovuto al fatto che Dorian Gray la abbandona. Il tragico epilogo di questa storia gli fa capire che in effetti lui resta uguale mentre il quadro invecchia. Lo chiude in soffitta e vive, forte del fatto che i segni saranno limitati al dipinto, che col tempo diventa lo specchio dell’anima del ragazzo.</p>
<p style="text-align: center;">
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	</p>
<p style="text-align: justify;">La tragica fine, con il piccolo colpo di scena delle ultime righe, è piacevole, ma, come detto, il fulcro della storia è di genere diverso. Tutto gira intorno all’edonismo del protagonista, alla sua voglia di apparire bello, ma se Dorian Gray cresce così, deve tutto ai colloqui con Lord Henry Wotton.</p>
<p style="text-align: justify;">In questi discorsi Oscar Wilde dà il meglio di sé, con alcuni passaggi che vogliono essere sia un atto d’accusa nei confronti della società (sublimato successivamente in <em>L’importanza di chiamarsi Ernesto</em>), sia una sua presa di posizione. Magnifico il passaggio di Wotton: “Per me la bellezza è la meraviglia sovrana. Solo la gente mediocre non giudica dalle apparenze: il vero mistero del mondo è il visibile, non l’invisibile.”</p>
<p style="text-align: justify;">L’impatto sul mondo artistico è stato massivo, non a caso vanta innumerevoli trasposizioni cinematografiche, la prima risalente addirittura al 1910.</p>
<table border="0" width="350" align="right">
<tbody>
<tr style="text-align: left;">
<td width="120">
<div style="text-align: right;">Titolo originale</div>
</td>
<td><strong>The picture of Dorian Gray</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Autore</div>
</td>
<td style="text-align: left;"><strong>Oscar Wilde</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Anno pubblicazione</div>
</td>
<td><strong>1891</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Lingua originale</div>
</td>
<td><strong>Inglese</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Genere</div>
</td>
<td><strong>Gotico</strong></td>
</tr>
</tbody>
</table>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Recensione: Misery &#8211; Stephen King</title>
		<link>http://www.paolomerenda.it/recensione-misery-stephen-king/</link>
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		<pubDate>Wed, 04 Apr 2012 08:11:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le mie letture]]></category>
		<category><![CDATA[Misery]]></category>
		<category><![CDATA[Stephen King]]></category>

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		<description><![CDATA[Alcuni romanzi di Stephen King hanno visto la loro fama oscurata dalla trasposizione cinematografica. Non è il caso di tutte le storie trasposte sul grande schermo, ma per Misery è senz’altro così. La pellicola Misery non deve morire, del 1990 (nella versione americana il titolo era lo stesso del libro) è assolutamente da vedere, forte]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Alcuni romanzi di Stephen King hanno visto la loro fama oscurata dalla trasposizione cinematografica. Non è il caso di tutte le storie trasposte sul grande schermo, ma per Misery è senz’altro così. La pellicola <em>Misery non deve morire</em>, del 1990 (nella versione americana il titolo era lo stesso del libro) è assolutamente da vedere, forte anche del Golden Globe e del premio Oscar vinto dalla protagonista nel 1991, una magnifica Kathy Bates nel ruolo di Annie Wilkes.<span id="more-2553"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.paolomerenda.it/wp-content/uploads/2012/03/misery-stephen-king.png"><img class="alignleft size-full wp-image-2610" title="Misery - Stephen King" src="http://www.paolomerenda.it/wp-content/uploads/2012/03/misery-stephen-king.png" alt="" width="177" height="303" /></a>Annie nel romanzo (e nel film, ovviamente) è un’infermiera che salva da morte certa lo scrittore Paul Sheldon, dopo che quest’ultimo ha avuto un incidente dovuto alla strada coperta di neve. Paul ha appena finito di scrivere una nuova storia, <em>Bolidi</em>, mentre la precedente, <em>Il figlio di Misery</em>, è ormai in fase di pubblicazione. Ma chi è il personaggio di Misery? Come per Sherlock Holmes, uscito dalla penna di Arthur Conan Doyle, è la creazione che sta distruggendo il creatore, un personaggio così forte da oscurare la stella di Paul Sheldon.</p>
<p style="text-align: justify;">Paul decide quindi di riprendersi la carriera “uccidendo” Misery Chastain ne <em>Il figlio di Misery</em>, e qui si inserisce Annie Wilkes, che si dimostra essere un’infermiera affetta da gravi turbe psichiche, con un passato da serial killer. Poco dopo che lo ha salvato dall’incidente (e costretto temporaneamente su una sedia a rotelle) lui capisce che “la sua fan numero uno”, come lei si definisce, lo ha anche segregato per averlo tutto per sé.</p>
<p style="text-align: center;">
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	</p>
<p style="text-align: justify;">La situazione però precipita quando finalmente l’ultimo romanzo di Misery, personaggio che Annie adora, viene pubblicato e lei lo legge. In preda alla rabbia più cieca, costringe Paul a scrivere un nuovo romanzo in cui deve tornare in vita, e gli fa bruciare l’unica copia esistente di <em>Bolidi</em>, perché pieno di parolacce ma soprattutto successivo alla morte della sua eroina.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scrittore deve accettare e si dà alla stesura de <em>Il ritorno di Misery</em>, con una falsa partenza che è una vera e propria lezione per ogni scrittore esordiente: il libro precedente si conclude con Misery nella tomba, ma quello scritto durante la reclusione, per la fretta di Paul Sheldon di togliersi dai guai e farla contenta, inizia con lei viva e vegeta. Annie Wilkes, ed è questa la lezione, gli dice semplicemente: “Così è una truffa. Misery era in una bara, è da lì che devi cominciare.”</p>
<p style="text-align: justify;">Ci si avvia velocemente verso il finale, tutto d’azione e reso benissimo nella pellicola del 1990, tre anni dopo la prima pubblicazione, di Rob Reiner (già regista di <em>Stand by me &#8211; Ricordo di un’estate</em>, anch’esso tratto da un lavoro di King). Qualche piccola differenza c’è, come l’amputazione del pollice, non presente nel film, o il cambio dal taglio del piede (nel romanzo) alla rottura di entrambi i malleoli. Ma Rob ha trasposto fedelmente la storia, aiutato dalle doti di James Caan nel ruolo di Paul e dalla pluripremiata Bathes nel ruolo di Annie.</p>
<table border="0" width="350" align="right">
<tbody>
<tr style="text-align: left;">
<td width="120">
<div style="text-align: right;">Titolo originale</div>
</td>
<td><strong>Misery</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Autore</div>
</td>
<td style="text-align: left;"><strong>Stephen King</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Anno pubblicazione</div>
</td>
<td><strong>1987</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Lingua originale</div>
</td>
<td><strong>Inglese</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Genere</div>
</td>
<td><strong>Thriller</strong></td>
</tr>
</tbody>
</table>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Recensione: I fiori del male &#8211; Charles Baudelaire</title>
		<link>http://www.paolomerenda.it/recensione-i-fiori-del-male-charles-baudelaire/</link>
		<comments>http://www.paolomerenda.it/recensione-i-fiori-del-male-charles-baudelaire/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 29 Mar 2012 08:08:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le mie letture]]></category>
		<category><![CDATA[Charles Baudelaire]]></category>
		<category><![CDATA[I fiori del male]]></category>

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		<description><![CDATA[Parliamo di un’opera la cui potenza ha attraversato quasi due secoli, giungendo intatta fino a noi. La cosa forse più sorprendente è come, sia nel 1857, anno della prima pubblicazione, che oggi, si trovi al centro di controversie sui contenuti: la prima edizione, infatti, fu ritirata a causa di alcune poesie contenute all’interno, dopo che]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Parliamo di un’opera la cui potenza ha attraversato quasi due secoli, giungendo intatta fino a noi. La cosa forse più sorprendente è come, sia nel 1857, anno della prima pubblicazione, che oggi, si trovi al centro di controversie sui contenuti: la prima edizione, infatti, fu ritirata a causa di alcune poesie contenute all’interno, dopo che era già stato censurato il primo titolo proposto da Charles Baudelaire, Le lesbiche (Les lesbiennes).<span id="more-2551"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.paolomerenda.it/wp-content/uploads/2012/03/i-fiori-del-male-charles-baudelaire.png"><img class="alignleft size-full wp-image-2600" title="I fiori del male - Charles Baudelaire" src="http://www.paolomerenda.it/wp-content/uploads/2012/03/i-fiori-del-male-charles-baudelaire.png" alt="" width="177" height="303" /></a>Ripubblicato nel 1861 nella sua versione definitiva, è suddiviso in sei sezioni: Noia e ideale, Quadri Parigini, Il vino, I fiori del male, La rivolta e La morte. Il leit motiv di quasi tutti i componimenti è il viaggio immaginario che il poeta compie per arrivare al benessere, con la prima e la seconda sezione che vivono rispettivamente di noia e attesa, e di un tentativo di distrazione contemplando la realtà circostante. Ma il benessere non arriva, e anzi si identifica con i paradisi artificiali tanto amati, che trovano maggiore espressione nella terza sezione, chiamata in maniera emblematica “Il vino”.</p>
<p style="text-align: center;">
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	</p>
<p style="text-align: justify;">Dalla quarta sezione, quella che dà il titolo a tutta la raccolta, comincia la reazione di Baudelaire, con i picchi più alti nella sezione “La rivolta”: quando tutto crolla, l’autore francese sovverte i valori, scrivendo odi a Satana e aperte critiche a quel che rappresenta Dio. Ma neanche questo basta, come si evince chiaramente dal nome dato alla sesta e ultima sezione.</p>
<p style="text-align: justify;">Una raccolta di poesie che, quindi, non è semplicemente tale: è un tragitto che attraversa tappe ben precise, che sembra lasciare al poeta un unico spiraglio: il ritorno ai paradisi artificiali, che però danno solo un conforto illusorio. Un uroburos, il famoso serpente che si morde la coda, da cui Baudelaire non riesce a uscire.</p>
<p style="text-align: justify;">Definito il primo libro moderno di poesie, è un must per quanti vogliono avvicinarsi al mondo dell’arte.</p>
<table border="0" width="350" align="right">
<tbody>
<tr style="text-align: left;">
<td width="120">
<div style="text-align: right;">Titolo originale</div>
</td>
<td><strong>Les fleurs du Mal</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Autore</div>
</td>
<td style="text-align: left;"><strong>Charles Baudelaire</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Anno pubblicazione</div>
</td>
<td><strong>1857</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Lingua originale</div>
</td>
<td><strong>Francese</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Genere</div>
</td>
<td><strong>Raccolta di poesie</strong></td>
</tr>
</tbody>
</table>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Recensione: Gli occhi del drago &#8211; Stephen King</title>
		<link>http://www.paolomerenda.it/recensione-gli-occhi-del-drago-stephen-king/</link>
		<comments>http://www.paolomerenda.it/recensione-gli-occhi-del-drago-stephen-king/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 25 Mar 2012 07:59:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le mie letture]]></category>
		<category><![CDATA[Gli occhi del drago]]></category>
		<category><![CDATA[Stephen King]]></category>

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		<description><![CDATA[La dedica presente all’inizio di questo anomalo libro di Stephen King ne spiega anche la genesi: al tempo sua figlia Noemi era troppo piccola per leggere le storie dell’orrore, e quindi il padre, come “regalo”, scrisse per lei questa che a tutti gli effetti è una fiaba. In questo modo, non solo la piccina poté]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La dedica presente all’inizio di questo anomalo libro di Stephen King ne spiega anche la genesi: al tempo sua figlia Noemi era troppo piccola per leggere le storie dell’orrore, e quindi il padre, come “regalo”, scrisse per lei questa che a tutti gli effetti è una fiaba. In questo modo, non solo la piccina poté approcciarsi al mondo del genitore, ma anche i numerosi lettori di King poterono scoprire una nuova sfaccettatura dello scrittore americano.<span id="more-2548"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.paolomerenda.it/wp-content/uploads/2012/03/gli-occhi-del-drago-stephen-king.png"><img class="alignleft size-full wp-image-2598" title="Gli occhi del drago - Stephen King" src="http://www.paolomerenda.it/wp-content/uploads/2012/03/gli-occhi-del-drago-stephen-king.png" alt="" width="177" height="303" /></a>Eppure qualcosa c’è, del “solito” Re del Brivido, nonostante la storia sia molto delicata e di un genere fantasy quasi puro. Il personaggio di Randall Flagg, per l’esattezza, che successivamente tornerà in uno dei suoi libri più acclamati, <em>L’ombra dello scorpione</em>, e nella sua saga, quella della Torre Nera. Il ruolo di Flagg in questa storia è quello di un mago che vuole spodestare Roland, re di Delain (l’uomo è solo omonimo del pistolero della Torre Nera, mentre Delain è lo stesso luogo in cui si svolgono alcuni eventi della saga), ma deve farlo evitando che i due figli, l’erede al trono Peter e l’invidioso fratello Thomas, ne prendano il posto.</p>
<p style="text-align: center;">
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	</p>
<p style="text-align: justify;">Da qui il piano diabolico: avvelenare il re facendo ricadere la colpa su Peter, e sfruttare l’invidia di Thomas per soggiogarlo così da renderlo un re asservito al mago Flagg stesso. All’inizio sembra andare tutto come previsto ma Peter, rinchiuso in una torre, cercherà di dimostrare la propria innocenza.</p>
<p style="text-align: justify;">La trama è ben curata, la mano di Stephen King si nota nell’evolversi degli eventi e, come nei suoi romanzi più classici, anche qui i colpi di scena abbondano e tengono incollato il lettore al libro. Al contempo, però, l’autore del Maine dimostra di essere non solo uno scrittore horror, ma un romanziere a tuttotondo, capace di creare storie di tutti i generi (molti anni più tardi, farà una breve incursione anche nel giallo). Se non si fosse meritato l’appellativo di Re del Brivido prima di questo lavoro, probabilmente non l’avrebbe più avuto.</p>
<table border="0" width="350" align="right">
<tbody>
<tr style="text-align: left;">
<td width="120">
<div style="text-align: right;">Titolo originale</div>
</td>
<td><strong>The Eyes of the Dragon</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Autore</div>
</td>
<td style="text-align: left;"><strong>Stephen King</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Anno pubblicazione</div>
</td>
<td><strong>1987</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Lingua originale</div>
</td>
<td><strong>Inglese</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Genere</div>
</td>
<td><strong>Fantasy</strong></td>
</tr>
</tbody>
</table>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Recensione: 1984 &#8211; George Orwell</title>
		<link>http://www.paolomerenda.it/recensione-1984-george-orwell/</link>
		<comments>http://www.paolomerenda.it/recensione-1984-george-orwell/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 21 Mar 2012 07:34:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le mie letture]]></category>
		<category><![CDATA[1984]]></category>
		<category><![CDATA[Distopia]]></category>
		<category><![CDATA[George Orwell]]></category>

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		<description><![CDATA[Quanti di quelli che seguono il Grande Fratello conoscono la genesi dell’espressione che ha dato il titolo al programma? Forse non molti, e forse ancor meno hanno letto questo capolavoro, all’interno del quale il termine è stato coniato.
Il passato di George Orwell, che lo spinge a scrivere il romanzo, traspare da ogni pagina. Si può]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quanti di quelli che seguono il Grande Fratello conoscono la genesi dell’espressione che ha dato il titolo al programma? Forse non molti, e forse ancor meno hanno letto questo capolavoro, all’interno del quale il termine è stato coniato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il passato di George Orwell, che lo spinge a <a title="La medicina della scrittura (parte 2). Per chi e perchè si scrive" href="/la-medicina-della-scrittura-parte-2-per-chi-e-perche-si-scrive/" target="_self">scrivere</a> il romanzo, traspare da ogni pagina. Si può partire dalla descrizione del <em>Grande Fratello</em>, il capo, probabilmente immaginario, del Partito, un regime dittatoriale che regna sulla società. Ha molti tratti in comune con Stalin, inviso allo stesso Orwell, e acquisterà i baffetti alla Hitler solo in una versione fumettistica, molto successiva. In questa società, che fa rientrare 1984 nel genere della distopia, una branca della fantascienza, non è proibito solo opporsi al Partito, ma anche pensare di farlo.<span id="more-2540"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Il potere passa attraverso la televisione: ogni famiglia deve averne una, che non può essere spenta. Attraverso lo schermo (e le numerosissime telecamere istallate in giro) il partito controlla la massa, per cercare dissidenti.</p>
<p style="text-align: center;">
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	</p>
<p style="text-align: justify;">Il protagonista, Winston Smith, si occupa di riscrivere la storia. Uno dei cardini è, infatti, cambiare il passato edulcorando tutti i particolari che mettono in cattiva luce la classe al potere. L’inizio della fine, per Smith, è la storia d’amore con Julia, collega che, come lui, malvede l’opera del regime. Tra le cose giudicate illegali, infatti, c’è il sesso al di fuori dell’atto procreativo. Convinti di trovare in O’Brien, uno dei principali funzionari del partito, un prezioso alleato, vengono proprio da questi fatti arrestare.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.paolomerenda.it/wp-content/uploads/2012/03/1984-george-orwell.png"><img class="alignleft size-full wp-image-2594" title="1984 - George Orwell" src="http://www.paolomerenda.it/wp-content/uploads/2012/03/1984-george-orwell.png" alt="" width="177" height="303" /></a>Geniali alcuni particolari, come gli slogan che campeggiano ovunque, da “il Grande Fratello ti guarda”, passando da “la libertà è schiavitù” a “l’ignoranza è forza”, che richiamano alcuni slogan usati da Lenin, o i settori in cui è diviso il Partito: c’è il Ministero della Pace, che si occupa della guerra perenne che instaura un clima di terrore, usato per tenere al guinzaglio il popolo; poi quello dell’Amore, che si occupa della sicurezza con misure a dir poco restrittive; il Ministero dell’Abbondanza e quello della Verità, con il primo che si fa carico dell’economia e il secondo che riscrive la storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo ultimo aspetto è fondamentale, e fa capire quale sia il reato principale, lo psicoreato. Tutto ciò che è contro il Grande Fratello è psicoreato, tanto che è permesso solo il bispensiero, un adattarsi alla mutata “storia”. Ad esempio, quando Oceania ed Eurasia da acerrimi nemici diventano alleati, tutti i testi nei quali veniva affermato il contrario vengono rimossi, e alle persone non è più concesso nemmeno pensare che fino al giorno prima non era così. Come recita un altro brillante slogan, “la menzogna diventa verità e passa alla storia”.</p>
<p style="text-align: center;">
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	</p>
<p style="text-align: justify;">Il finale manca di quello che ha Fahrenheit 451 di Bradbury, un filo di speranza: qui i dissidenti non esistono, in quanto il loro pensiero viene cambiato in funzione del partito, grazie a un vero e proprio lavaggio del cervello. Non poteva essere altrimenti, dato il pessimismo di Orwell: l’anno in cui è ambientata la dittatura, il 1984, è frutto dell’inversione delle ultime due cifre dell’anno in cui Eric Arthur Blair, vero nome dell’autore, ha scritto la storia, il 1948.</p>
<table border="0" width="350" align="right">
<tbody>
<tr style="text-align: left;">
<td width="120">
<div style="text-align: right;">Titolo originale</div>
</td>
<td><strong>1984</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Autore</div>
</td>
<td style="text-align: left;"><strong>George Orwell</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Anno pubblicazione</div>
</td>
<td><strong>1949</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Lingua originale</div>
</td>
<td><strong>Inglese</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Genere</div>
</td>
<td><strong>Distopico</strong></td>
</tr>
</tbody>
</table>
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		<title>Recensione: It &#8211; Stephen King</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Mar 2012 08:30:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le mie letture]]></category>
		<category><![CDATA[It]]></category>
		<category><![CDATA[Stephen King]]></category>

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		<description><![CDATA[Siamo giunti al capolavoro dell’autore del Maine, il romanzo che lo ha fatto conoscere davvero al grande pubblico, molto più anche di Shining e della trasposizione cinematografica di Kubrick, di cui abbiamo già parlato su queste pagine.
It è il romanzo grazie al quale King si è meritato l’appellativo del Re del Brivido, e per arrivarci]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Siamo giunti al capolavoro dell’autore del Maine, il romanzo che lo ha fatto conoscere davvero al grande pubblico, molto più anche di Shining e della trasposizione cinematografica di Kubrick, di cui abbiamo già parlato su queste pagine.</p>
<p style="text-align: justify;">It è il romanzo grazie al quale King si è meritato l’appellativo del Re del Brivido<span id="more-2538"></span>, e per arrivarci ha dovuto “solo” <a title="La medicina della scrittura (parte 8): l'ambientazione" href="/la-medicina-della-scrittura-parte-8-l-ambientazione/" target="_self">scrivere un libro</a> di oltre 1300 pagine, con eventi che vanno dal 1958 al 1985, senza contare i flashback risalenti ai primi anni del secolo breve. Anche il numero dei protagonisti è corposo: 7 ragazzini (Bill, Ben, Beverly, Eddie, Stan, Richie, Mike) oltre ai tre bulli, capitanati da Henry Bowers, poi il clown (aspetto “umano” del mostro che vuole ucciderli tutti) e moltissimi personaggi collaterali. Nella seconda parte si aggiungono altri personaggi che si eleveranno allo status di co-protagonisti, come la moglie di Bill, che arriverà ad avere un ruolo centrale nella storia.</p>
<p style="text-align: center;">
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	</p>
<p style="text-align: justify;">Difficilissimo decidere da dove iniziare, per cui vi posso dire che se ora scrivo, lo devo anche al libro <em>It</em> con relativo film. È il primo di King che ho letto, seguito a ruota da <em>Misery</em>, <em>L’uomo in fuga</em> e via via tutti gli altri. Mi sono innamorato della complessità di questa storia: tratta non solo un mostro che resta misterioso fin quasi alla fine, quando ne viene spiegata la natura aliena, il quale uccide bambini in una piccola cittadina americana, Derry, con i sette ragazzini (autonominatisi “il gruppo dei perdenti”) che vogliono sconfiggerlo. C’è molto altro: se vogliamo restare alle vicende, gli intermezzi sono dei colpi di scena continui, come anche le riflessioni di Mike adulto, quando il gruppo dei perdenti si ricompatta perché It riappare e riprende a seminare il terrore, e con i sette (sei dopo il suicidio di Stan) ritorna anche il bullo Henry.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.paolomerenda.it/wp-content/uploads/2012/03/it-stephen-king.png"><img class="alignleft size-full wp-image-2604" title="It - Stephen King" src="http://www.paolomerenda.it/wp-content/uploads/2012/03/it-stephen-king.png" alt="" width="177" height="303" /></a>Se passiamo poi al modo in cui è scritto, siamo di fronte a pura poesia. Si avverte la crescita dei personaggi, i giochi, l’ebbrezza della prima sigaretta, passando man mano a dubbi, dolori, gioie e lo stop, almeno apparente, messo dopo il duro confronto con il clown. Durante la seconda parte, con gli adulti riuniti, vengono riprese alcune scene dei bambini, con profonde riflessioni sull’adolescenza che fanno capire quanto poetico e delicato sappia essere Stephen King nel trattare tutti i temi contenuti nel voluminoso libro.</p>
<p style="text-align: center;">
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	</p>
<p style="text-align: justify;">Particolare curioso, i due anni in cui si svolge il grosso della storia: 1958 e 1985. C’è qualche somiglianza con <em>1984</em> di George Orwell, scritto nel 1948, con le ultime due cifre invertite. Altra curiosità, l’autocitazione che lo stesso autore fa nella sua più recente fatica letteraria, <em>22/11/63</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ultimo particolare, stavolta utile per chi segue il wrestling: per dare un’idea di quanto questo libro abbia lasciato un profondo segno nell’immaginario collettivo, nel 1993 debuttò nell’allora WWF, ora WWE, il personaggio di Doink The Clown, un pagliaccio cattivo che seminava terrore tra gli avversari, chiaramente ispirato a It. Perché nel 1993, dato che il libro è del 1986? Semplice, nel 1990 venne realizzata una pellicola per la televisione, con lo stesso titolo, che vedeva attori del calibro di Tim Curry nel personaggio di Pennywise il clown (e reduce di un altro personaggio truccato, in <em>The Rocky Horror Picture Show</em>), oltre a Seth Green, John Ritter e molti altri.</p>
<table border="0" width="350" align="right">
<tbody>
<tr style="text-align: left;">
<td width="120">
<div style="text-align: right;">Titolo originale</div>
</td>
<td><strong>It</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Autore</div>
</td>
<td style="text-align: left;"><strong>Stephen King</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Anno pubblicazione</div>
</td>
<td><strong>1986</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Lingua originale</div>
</td>
<td><strong>Inglese</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>
<div style="text-align: right;">Genere</div>
</td>
<td><strong>Horror</strong></td>
</tr>
</tbody>
</table>
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